Consigli di lettura

Io, Dio e lo Sciamano- Livio Cossu

Sciamano_biblio

 

Titolo: Io, Dio e lo Sciamano
Autore:
Livio Cossu
Editore:
Bibliotheka
Collana:
Ritratti
Genere: Filosofia
Pubblicato: 11/02/2016
 

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Quella di oggi non vuole essere una recensione nel senso classico del termine.
Questa volta preferisco non solo parlarvi del libro ma, a tratti, rivolgermi direttamente al Dottor Livio Cossu, come fosse una lettera aperta,  cercando un confronto come lui stesso invita a fare nelle ultime pagine del suo libro.
Come più volte mi è capitato di dire, sono una persona che riserva grande importanza al proprio percorso spirituale. Leggo, mi informo, studio, ma soprattutto sento molto. Mi ascolto e ascolto il mondo intorno a me. Ho imparato a conoscere il mio respiro e a fidarmi del mio istinto. Per questo motivo, Io, Dio e lo Sciamano è un titolo che inevitabilmente ha catturato la mia attenzione fin dal primo istante.
Si tratta di un’esamina delle religioni monoteiste e politeiste principali e contiene una serie di personalissime considerazioni  dell’autore.
Credo che chi si avventura in un terreno simile e con le modalità usate dall’autore, scelga di gettarsi volontariamente al centro di un campo minato. L’argomento “religione” è di per sé un argomento estremamente ostico, di questo e di tutti i tempi. Religione e spiritualità son due cose che non sempre vanno a braccetto ma entrambe possono sfociare in fanatismi pericolosi, come la storia e l’attualità ci insegnano.
Del Dottor Cossu ho apprezzato l’oggettività con la quale ha cercato di porsi nel presentare le varie credenze, ora elogiando ora demolendo alcuni loro aspetti, indipendentemente dalla religione in questione, tanto che a tratti ho faticato a capire da quale parte volesse stare.
E forse la sua particolarità è proprio questa: non si schiera. Le sue ricerche ed esperienze lo hanno portato a considerazioni che vanno oltre i pregiudizi e la difesa di qualcosa talvolta indifendibile.
Consiglierei questo libro? Si, ma solo a coloro che hanno già affrontato un certo tipo di percorso spirituale e che quindi non sono nuovi ai discorsi affrontati da Cossu. Un “novizio” non sarebbe capace di cogliere alcune sfumature fondamentali ed il credente bigotto potrebbe invece gridare all’eresia.
Sono d’accordo col punto di vista dell’autore? Non esattamente. Su alcune questioni mi sono trovata perfettamente in sintonia col suo pensiero, su altre mi sono sentita quasi offesa.
Io ho “solo” 27 anni ed ho lasciato il Cristianesimo per  tracciare il mio percorso spirituale poco più di 12 anni fa, quando da adolescente preferivo interrogarmi sui misteri eleusini e sul sacrificio di Odino. Per più di un anno ho letto tutto ciò che riguardava il pantheon greco, egizio e norreno, senza dimenticare di volgere lo sguardo verso altri pantheon e altre culture, trovando in esse similitudini sconcertanti agli occhi di una persona che non aveva mai guardato oltre il Cristianesimo. Rimasi folgorata dai celti, dal druidismo e da tutte le religioni che facevano dalla Natura la loro divinità.
Un anno dopo mi sentii pronta a porre alcune domande all’insegnante di religione: fu la prima botta sui denti che ricevetti dal mondo cattolico. Dal basso dei miei 15 anni credevo che quell’ora scolastica servisse a parlare delle religioni tutte, così azzardai una domanda in cui chiedevo un confronto fra Triplice Dea e Trinità. Venni sbattuta fuori dall’aula prima ancora che potessi concludere la domanda. Quel giorno capii che l’ora di religione era da considerarsi un’ora di propaganda o un’ora in cui anticipare i compiti per casa.
Risalgono a quel momento i primi passi mossi sul sentiero che ho tracciato e che percorro ancora oggi e che, per mia fortuna, fino ad ora, è stato costellato da incontri fortunati, da conversazioni stimolanti e da viaggi che mi hanno aiutata a seguire le tracce della donna selvaggia che volevo così disperatamente incontrare e, un giorno, diventare.
Tutto ciò che Lei, Dottor Cossu afferma è vero: esistono tante religioni (forse tante quante sono gli uomini su questa terra) ma tutte nascono dagli stessi miti; se ci si sofferma sul Cattolicesimo in particolare è impossibile non notare come “le leggende pagane siano diventate verità cristiane”. Tutto si potrebbe ridurre a questo. Eppure mi permetta di dirle che ci sono delle piccole affermazioni personali (a volte scritte in lettere capitali –non so se si tratta di una sua scelta o di una scelta editoriale) recepite dal lettore quasi come urli più che come frasi che lei intendeva sottolineare. Non mi piace inoltre l’interpretazione che lei fa dei testi sacri, cosa che si intuisce dal capitolo che lei dedica alla Creazione, così come viene raccontata nell’Antico Testamento. Non sto difendendo un testo che è molto lontano dal mio sentire, ma sto difendendo delle lingue antiche, in questo caso l’aramaico e l’ebraico, le quali dicono molto più di quello che qualsiasi traduzione greca, latina e, in tempi molto più recenti, italiana ci abbia potuto consegnare. Se si vuol parlare di un testo sacro bisogna partire dalla sua lingua di origine e tracciare nuove coordinate in base alle proprie intuizioni. Se se lo sta chiedendo, no, non ho mai tradotto personalmente dall’aramaico, ma ho affondato il mio naso in testi che mi raccontano ogni sfumatura di parole chiave e ho intuito che la Bibbia, così come ce la propongono, non è altro che un tristissimo risultato, perpetrato nei secoli, di infinite sottrazioni e semplificazioni. Non sto dicendo che Lei stesso non ha affrontato uno studio di questo tipo, solo che dal suo libro, in questo caso, non traspare.
Da studioso quale Lei ritengo che sia, mi aspetto un amore viscerale per le lingue, in particolare quelle antiche (non mi azzardo a definirle morte, perché sono ancora capaci di svelare ciò che noi non sappiamo ascoltare) e dei dialetti che di quelle lingue sono la testimonianza diretta. Di conseguenza mi aspetto dei discorsi sui testi sacri che vadano ben oltre le proprie credenze personali, che a tratti ho trovato “orgogliose e poco umili” (citando ciò che lei stesso afferma).
Inoltre, non ho assolutamente gradito la sua velata (neanche tanto) affermazione che parla di un Sud Italia ignorante. Parlando di superstizioni e varie Lei afferma “Non sono a conoscenza dei numeri che caratterizzano ancora oggi queste credenze.  Posso dare per certo che sono molto più diffuse nel Sud Italia, per quanto riguarda il nostro Stato, meno diffuse da Roma fino alle Alpi. In modo proporzionale allo stato di alfabetizzazione locale.” Anche in questo caso la inviterei ad uno studio con dati alla mano (specie sui livelli di alfabetizzazione) e ad una ripassata delle credenze popolari che percorrono la nostra penisola, accompagnato da saggi sulla storia delle culture minoritarie ed in particolare montanare: le assicuro che il suo punto di vista si capovolgerebbe.
Con questo concludo, sperando che Lei prenda il mio disappunto su alcuni temi in modo costruttivo e non pensi che io non abbia apprezzato il suo testo, che al contrario ritengo valido e ricco di spunti di riflessione.

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