Classici

I Classici- Ivanhoe

ivanhoe

 

Titolo: Ivanhoe

Autore: Walter Scott

Anno: 1820

 

 

 

§Premessa: non ho la presunzione di recensire i classici. Tuttavia, anche questi fanno parte delle mie letture e trovo in essi degli spunti di riflessione che mi piacerebbe condividere con voi. Infatti è proprio così che vorrei impostare questo tipo di post: riportando spezzoni che mi hanno particolarmente colpita, cercando di contestualizzarli e di spiegarne il motivo.§

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Il primo classico che vi propongo è uno dei miei preferiti in assoluto: Ivanhoe di Sir Walter Scott.
Ivanhoe è da considerarsi il romanzo storico per eccellenza: padre fondatore e pietra miliare di questo genere letterario.
In modo scontato si direbbe che protagonista della storia sia Wilfred di Ivanhoe, figlio di Cedric il sassone. In realtà, paradossalmente, Ivanhoe è il personaggio meno caratterizzato all’interno del libro. Compare qua e là fra i capitoli, per la metà del tempo in incognito, tanto che di lui non abbiamo nemmeno una vera e propria descrizione. Sappiamo solo che ha “..bei lineamenti bruciati dal sole di un giovane di venticinque anni..” .
In realtà tutti i personaggi presenti nella storia si impongono in egual misura sulla scena, dal giullare Wamba al Re Riccardo Cuor di Leone, in una vera e propria giostra di valori e di azioni epiche.
Veri protagonisti della storia sono quindi i valori cortesi, le gesta cavalleresche e la nobiltà d’animo, che vengono portati all’apice della loro gloria grazie alla freccia infallibile del loro paladino per antonomasia, colui che fin da piccola mi ha rapito il cuore, Robin di Locksley (ai più noto come Robin Hood).
“La cavalleria! Essa alimenta, fanciulla, gli affetti più puri e più alti, è il sostegno degli oppressi, la riparatrice dei torti, il freno al potere dei tiranni. Senza di essa la nobiltà sarebbe un termine vuoto, e nella sua lancia e nella sua spada la libertà trova la migliore protezione.”
La presenza di Isaac di York e della bellissima figlia Rebecca, invece, offrono spunto all’autore per trattare la questione, non meno importante e drammatica, dei contrasti fra cristiani ed ebrei. Questione che viene affrontata con una larghezza di vedute tale da risultare estremamente attuale: ricordiamo che si tratta di un testo che ha visto la sua prima edizione stampata nel 1819. Intimamente non ho fatto altro che pensare a cosa avrebbe scritto, detto o fatto Walter Scott ai tempi della seconda guerra mondiale.

Ma parliamo ora della parte che più ho amato del libro: la contestualizzazione storica.
Siamo nell’anno del Signore 1194. Teatro della scena è un’Inghilterra infiammata dai contrasti fra sassoni e normanni, mentre il regno di Riccardo I (liberato su riscatto dalla prigionia impostagli da Enrico IV dopo la Terza Crociata) è ormai agli sgoccioli.

“Questo è lo scenario principale della nostra storia, il periodo è quello verso la fine del regno di Riccardo I, quando il suo ritorno dalla lunga prigionia era diventato più un desiderio che una speranza per i suoi infelici sudditi che venivano sottoposti ad ogni sorta di oppressione feudale.”

Ho più volte sentito pareri negativi da parte di chi non ha apprezzato le descrizioni storiche e ambientali, accusandole di rallentare il ritmo del romanzo. Io personalmente le trovo estremamente poetiche e molto più efficaci di qualsiasi lezione di storia. Le parole usate da Walter Scott sono talmente dirette e chiare da aprire la mente, gettando luce su passaggi storici talmente sottili da risultare oggi invisibili eppure fondamentali. Chi non ha capito questo, non ha capito il romanzo intero. Ivanhoe non è un libro che parla di un amore tormentato e che si conclude con la felice unione in matrimonio fra Wilfred, nobile che ha accettato la conquista normanna, e la bellissima Lady Rowena, ultima discendente di dinastia sassone. Ivanhoe non è altro che un simbolo, una similitudine: gli affanni in precedenza ed il matrimonio poi, parlano della nascita di una nazione: l’Inghilterra.
All’inizio del libro infatti, quasi in apertura, leggiamo chiaramente che l’Inghilterra in quegli anni era priva di una propria identità: Una circostanza che contribuì ad accrescere in misura notevole lo strapotere della nobiltà e la sofferenza delle classi subalterne fu la Conquista del Duca Guglielmo di Normandia e le conseguenze che ne derivano. Quattro generazioni non erano bastate a mescolare il sangue ostile di normanni e anglosassoni  o a unire in un comune linguaggio i reciproci interessi di due razze avverse, di cui l’una sentiva ancora l’ebrezza della vittoria mentre l’altra gemeva sotto le conseguenze della sconfitta.
Mentre alla fine leggiamo: Ma oltre al seguito dei familiari, queste nozze illustri furono onorate dalla presenza dei nobili normanni e sassoni, e accompagnate dal giubilio universale delle classi più basse, che  vedevano nel matrimonio dei due giovani un pegno di pace e di armonia tra le due razze, le quali, da allora, si sono così intimamente fuse da rendere impossibile qualunque distinzione.”

La fusione di questi due popoli è stata talmente travagliata da aver dato vita ad una nuova lingua.
I normanni, conquistatori, parlavano francese, il quale era considerato il linguaggio della nobiltà, della guerra e dell’amor cortese. Il sassone invece, venne ripudiato dalle corti e lasciato al popolo. Tuttavia, siamo in piena età feudale ed il rapporto di totale interdipendenza fra nobili e contadini necessita di una lingua franca per poter comunicare: l’antico sassone evolve nel cosiddetto Medio Inglese, il quale subirà una nuova evoluzione solo nel periodo rinascimentale.
“…forse anche la lingua in cui il priore aveva formulato la benedizione e fatto la domanda era risultata sgradevole, se non proprio incomprensibile, alle orecchie di due contadini sassoni. “Vi ho chiesto, figli miei”, disse il priore alzando la voce e usando la lingua franca, cioè quel linguaggio composto di francese e anglo-sassone in cui i normanni e i sassoni parlavano fra di loro….”
La parte linguistica (che si lega indissolubilmente all’aspetto storico) è quella che più mi affascina.
In questo caso sono state due le cose che mi hanno colpita e che a modo loro, sottolineano la lotta ben rappresentata dai passaggi che ho riportato.
La prima, forse banale, è che durante tutto il romanzo ai nomi dei personaggi viene aggiunto quello del padre. Wilfred di Ivanhoe, figlio di Cedric. Gurth, figlio di Beowulph. Wamba, figlio di Witless.  Questi particolari rivelano inflessioni tipicamente gaeliche, che sopravvivono tuttora nei moderni cognomi scozzesi (Mac, Mc- per es. McKennitt ) e irlandesi (O’- per es. O’Riordan) e che significano appunto “figlio di”.
La seconda, ben più complessa, mi riecheggia in mente sin dai tempi dell’esame di filologia e che, venendo a vivere in America e imparando l’inglese, ho potuto sperimentare personalmente. Brevemente (e poi concludo, giuro): quando una parola straniera viene introdotta in un altro contesto linguistico questa subisce “un arresto di evoluzione”. L’inglese è ricco di parole francesi (importate proprio all’epoca in cui si svolgono i fatti del nostro romanzo) che vennero trapiantate e che da allora non hanno più subito modifiche, cosa successa invece nella loro patria d’origine. Il conflitto politico colpì pesantemente ogni aspetto della vita nelle isole britanniche ed è tuttora sorprendentemente evidente attraverso le coppie sinonimiche che si sono via via formate nella lingua parlata. Alcune parole hanno lo stesso significato ma la radice tradisce la loro origine, così come la loro intenzione. Vi faccio l’esempio di una parola che io amo: libertà. In inglese il sostantivo viene tradotto con la parola freedom, di origine sassone; mentre l’idea astratta, il valore aulico, viene espresso con il termine liberty, di chiara origine latina.
La lotta per la sopravvivenza del linguaggio sassone contro la lingua normanna non è altro che il riflesso del ben più drammatico conflitto civile e politico avvenuto in Inghilterra in quegli anni.

Dopo secoli, dunque, senza accorgercene ci portiamo addosso i segni di un passato lontano.
Un passato che parla di guerra e di conquiste, di lotte e di compromessi.
Compromessi che hanno portato alla nascita di una nuova  lingua e di una grande, grande Nazione.

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2 thoughts on “I Classici- Ivanhoe”

  1. Ciao Libralia, sono nuova da queste parti.. ho scoperto il tuo blog tramite Instagram, dove ti seguo, e devo dire che mi piace tantissimo, sia per lo stile e soprattutto per i contenuti 🙂 Io adoro i classici, quindi, mi fa piacere quando qualcuno ne parla, perchè sono davvero pochi i blog che dedicano recensioni ai grandi classici.. Io Ivanhoe non l’ho ancora letto, nonostante mi abbia spesso attirata, ma grazie alla tua recensione ne ho saputo di più e spero di poterlo leggere presto 🙂

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    1. Ciao! Che bella sorpresa! Grazie per essere passata! Ti seguo anche io su Instagram e apprezzo tanto la tua pagina!
      Spero di aver dato qualche spunto piacevole con la mia recensione (anche se ho un timore spropositato a parlare di classici). Grazie mille per il tuo bel messaggio, un abbraccio!

      Mi piace

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